Palmula. I datteri nell’antichità. Indagine Antropologica e Archeologica - Giuseppe Nocca (ArcheoNutrizione, 5)

di Giuseppe Nocca

invia la pagina per emailcondividi su Facebookcondividi su Twitter
  • Prezzo: € 35.00
    Aggiungi Carrello

    Descrizione:

    In 4°, bross. edit. con bandelle, 110 pp., ill.ni b/n e coll.

    Un lungo viaggio nell’antropologia del cibo che percorre, in modo trasversale, anche l’archeologia, la letteratura classica e l’arte, e ci rivela aspetti del tutto inediti sulla palma in quanto tale e sul dattero quale suo frutto. Il dattero era, ed è, un vero e proprio integratore alimentare, poiché privo di proteine e grassi e ricco di molte vitamine, dunque è in grado di dare una vera e propria sterzata energetica oltre ad essere un potente remineralizzante del metabolismo. L’osservazione poi sulle caratteristiche vegetative della palma e sulla longevità delle sue foglie, rispetto ad altre essenze sempreverdi, proiettano nel tempo una condizione atemporale che trova la sua sintesi più perfetta nel concetto di immortalità. L’immortalità affonda la sue radici nella condizione umana della lotta e del superamento della sofferenza che sempre oscilla tra la fatica ed il ristoro, il dolore e la gioia, la lotta e la vittoria, la sconfitta ed il trionfo. La palma allora viene assunta sia come segno di un traguardo terreno raggiunto che come speranza ed augurio di un successo, di una vittoria, ove il futuro è intravisto some sublimazione dell’essere presente. In epoca romana la dolcezza del dattero era così apprezzata da costituire non solo un ingrediente delle ricette aristocratiche, ma anche un diffuso dono per gli auguri di inizio anno; nel dattero la dolcezza si coniuga all’incertezza del futuro nel tentativo di travalicare l’angoscia della quotidiana sofferenza. Nella dolcezza del dattero l’uomo ritrova il suo desiderio di serenità e di immortalità, poiché la dolcezza appartiene solo a Dio e, nel cingersi la testa con le foglie di palma, l’uomo tenta di proiettare in una dimensione soprannaturale una condizione squisitamente umana. I datteri permeano la cultura italiana non solo nelle espressioni artistiche e nella gastronomia, ma in modo più silente nella evoluzione degli antroponimi con radice semitica tamar, come Tammaro, dal termine tamr (dattero) di origine indeuropea.


    I Romani avevano creato un ricco ed ampio commercio sulle rotte del Mediterraneo. La raccolta e lo stoccaggio nelle anfore non soggiacevano alle stesse regole che i Romani avevano istituito per l’olio, per il vino e per il garum: le anfore contenenti datteri erano più piccole e con imboccatura alquanto ampia, con un corpo sottile, affusolato e conico, il che lascia presupporre che esse erano caricate a bordo delle navi dopo che anfore di maggiori dimensioni, contenenti olio e vino, erano state già adagiate sullo scafo. Un velo ancora di incertezze copre il consumo dei datteri freschi, per i quali non siamo in grado di definirne le modalità di stoccaggio e di trasporto; certamente i datteri rappresentano uno dei classici prodotti “esotici” cui neanche la cucina romana era capace di rinunciare.