DEMETRIO CIDONE. Ritratto di un intellettuale bizantino - a cura di Nicola Cariello (M,8)

di MARGARITA POLYAKOVSKAYA

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  • Prezzo: € 28.00
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    Descrizione:

    In 8°, bross. edit., 162 pp. con 6 tavv. f.t. a coll. 

    Nota del curatore
    I. L’autrice: cenni biografici
    II. Siuziumov e la Scuola dei bizantinisti degli Urali
    III. Il libro


    Prefazione

    Demetrio Cidone
    L’ideale politico giovanile
    Mesazon
    Le amicizie dotte
    La comunità sociale
    Il senso della vita e della morte
    I rapporti con la cultura latina
    Il “caso” Procoro Cidone
    L’arte della discussione
    La patria prima di tutto
    Conclusione
    Indice dei nomi di persona
    Indice cronologico
    Tavole


    Segretario di tre imperatori di Bisanzio, diplomatico, teologo, scrittore, traduttore ed insegnante, Demetrio Cidone – poco noto al grande pubblico ma oggetto di appassionate indagini da parte degli studiosi negli ultimi due secoli – riempie, con la sua attività e le sue opere, quasi per intero il XIV secolo. La sua figura appartiene allo stesso tempo sia al mondo bizantino che a quello latino perché fu tra i primi a diffondere la cultura latina in Oriente e quella greca in Occidente. Tutte le sue energie furono spese nel corso dell’intera esistenza per salvare la patria, gravemente minacciata dall’avanzata turca: per questo volse il suo sguardo soprattutto verso l’Italia, dove soggiornò più volte, consapevole del fatto che solo il papato sarebbe stato in grado di coordinare un intervento bellico efficace. In particolare, però, era attratto dalla cultura latina e fu tra i primi traduttori di Tommaso d’Aquino in lingua greca, per cui la sua fama in campo letterario si diffuse anche da noi. Coluccio Salutati, in uno scritto a lui indirizzato, lo salutava “vir omnis eruditionis et scientiae”. Nell’intento di superare anche le distanze religiose che da secoli, come un relitto storico, dividevano la cristianità Demetrio Cidone si convertì al cattolicesimo e fu un convinto seguace del vescovo Barlaam Calabro, favorevole alla riunificazione delle Chiese ortodosse a quella cattolica, nonostante la dottrina ufficiale bizantina fondasse le sue basi sulle teorie del monaco Gregorio Palamas, mistico e anti occidentale. L’autrice di questo saggio biografico, Margarita Polyakovskaya, a proposito dell’epistolario di Demetrio Cidone, composto di circa 450 lettere, nota: “Sembra il diario di una persona di cultura sull’agonia di un impero, ma dobbiamo riconoscergli il coraggio civile e umano di aver chiamato con il loro nome tutte le disgrazie di uno Stato”. La complessa personalità di Demetrio Cidone si colloca nella ristretta cerchia degli intellettuali bizantini che amaramente presero coscienza del fatto che stava approssimandosi la fine di un’epoca e se la sua concezione ottimistica dell’attività intellettuale sembra da ricondurre ad una visione preumanistica, la soluzione teleologica in campo filosofico denuncia invece un’idea del mondo ancora medievale. Aveva comunque un preciso concetto del fine dell’esistenza umana: “Chi non si dedica prima di tutto alla ricerca della verità non è degno del nome di uomo”. Ponte fra passato e presente e tra Oriente ed Occidente, Demetrio Cidone pare perciò il simbolo di quegli intellettuali bizantini che giustamente nel suo pregevole libro - la cui versione italiana appare qui per la prima volta – Margarita Polyakovskaya definisce “mediatori culturali tra il mondo greco-romano e quello contemporaneo”. Un’operazione, quella di scoprire o fissare legami tra culture diverse nel tempo e nello spazio, che in generale dovrebbe costituire l’obiettivo di ogni studioso di buona volontà.

    L'ECUMENISMO DI DEMETRIO CIDONE

     Demetrio Cidone (1324?-1397?), nato a Tessalonica, fu politico, diplomatico, traduttore, teologo, insegnante ed autore di opere – molte ancora inedite - di vario carattere, da quelle di argomento filosofico e politico ai trattati di argomento religioso. La sua weltanschauung, però, si ricava soprattutto dall’epistolario, che comprende circa 450 lettere. Per tutta la vita fu costretto a conciliare i doveri del suo gravoso incarico (mesazon ovvero segretario-primo ministro dell’imperatore) con la passione per gli studi umanistici. Lavorò a Bisanzio per tre imperatori (Giovanni VI Cantacuzeno, Giovanni V Paleologo e Manuele II Paleologo) e proprio in virtù del suo ufficio decise di studiare la lingua latina onde stabilire un contatto diretto con i suoi interlocutori occidentali. Questo gli consentì anche di prendere conoscenza della letteratura latina, che a Bisanzio in genere era misconosciuta e disprezzata, come un prodotto di “barbari”. Al contrario Demetrio Cidone, che tradusse fra l’altro molte opere di Tommaso d’Aquino, si dichiarava entusiasta del sistema logico adottato dai latini per dimostrare la fondatezza delle loro tesi e criticava l’atteggiamento negativo dei suoi compatrioti, che aprioristicamente e verbosamente si schieravano contro i ragionamenti dei loro avversari d’Occidente senza, tuttavia, confermare con prove l’esattezza delle loro convinzioni. In particolare, esaminando con estrema cura (“su questo ho speso molti giorni e molte notti”) l’annosa questione delle divergenze che separavano cattolici ed ortodossi, Demetrio Cidone si convinse che lo scisma fra cristiani era stato esiziale per entrambe le parti e, per superare l’abisso spirituale che divideva i popoli, si sarebbe potuto trovare un punto di accordo (symphonia) nella Sacra Scrittura da cui sia l’una che l’altra parte “attingevano la stessa verità”. La posizione di Demetrio Cidone era oggetto di feroci critiche a Costantinopoli, dove prevaleva un sentimento di acceso nazionalismo e la coscienza religiosa traeva i suoi modelli principalmente dall’esicasmo, una pratica ascetica diffusa tra i monaci d’Oriente. Massimo esponente della teologia esicasta era Gregorio Palamas, dapprima monaco e poi  arcivescovo di Tessalonica. Diverso, anzi opposto, l’atteggiamento del Nostro, che si rifaceva invece al pensiero di Barlaam Calabro, divenuto vescovo di Gerace. Barlaam fondava la sua teologia su assunti filosofici in cui risultano evidenti influssi della Scolastica occidentale. Il realismo di Tommaso d’Aquino, che traspariva dai suoi ragionamenti, non si poteva certo conciliare con il misticismo dei monaci atoniti, che si dedicavano alla contemplazione fissando immobili l’ombelico e recitando ininterrottamente come un mantra la  preghiera “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me”. Alla fine lo scontro fra gli esponenti delle due fazioni o, meglio, delle due opposte concezioni di vita fu inevitabile: nel concilio di Costantinopoli del 1341 Palamas, cioè la dottrina religiosa nazionalistica e latinofoba ebbe la meglio.
    Nonostante ciò, Demetrio continuava ad esortare i suoi compatrioti ad abbandonare l’atteggiamento ostile nei confronti dell’Occidente e della Chiesa romana e ad aprirsi alla cultura latina. Nel 1365, elogiato dal pontefice Urbano V, si convertì al cattolicesimo e nel 1369 accompagnò in Italia l’imperatore Giovanni V Paleologo, che fece atto di conversione anche lui nella speranza di ottenere dal papato l’impegno per una crociata contro i Turchi, i quali si stavano espandendo pericolosamente fin nei pressi di Costantinopoli. Tra il 1389 ed il 1390 Cidone fu ancora in Italia e vi fece ritorno fra il 1396 e il 1397; venne fatto cittadino di Venezia ed era ormai conosciuto e molto apprezzato dai primi umanisti italiani. A Costantinopoli, invece, benché avesse avuto l’incarico di precettore di Elena, figlia dell’imperatore Giovanni VI Cantacuzeno e del figlio di lei Manuele II Paleologo era considerato con diffidenza, quasi come un traditore. I suoi inviti ad una visione ecumenistica con il superamento dei preconcetti religiosi e nazionalistici provocavano l’ira degli ambienti più retrivi: per i suoi incarichi a corte era intoccabile, ma il fratello, il monaco Procoro, che sosteneva le sue idee, venne solennemente scomunicato.
    In sostanza, l’ideale dell’ecumenismo, sognato da quell’intellettuale bizantino e da pochi spiriti eletti, non diventerà mai realtà. La frattura fra Oriente e Occidente era radicale. In seguito, nemmeno il concilio di Basilea-Ferrara Firenze nel XV secolo riuscirà a ricucire lo strappo verificatosi nel 1054, che resta ancora attuale.