Nuovi orizzonti ermeneutici dell’orientalismo. Studi in onore di Franco Mazzei - a cura di Giorgio Amitrano e Noemi Lanna (Series Minor LXXXI)

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    Descrizione:

    In 8°, rilegatura tuttta tela con sovraccoperta, 438 pp., ill.ni


    Napoli, 23 mar. - Ha un titolo un po' ostico il libro che il Dipartimento Asia, Africa e Mediterraneo dell'Università degli Studi di Napoli "l'Orientale" dedica a Franco Mazzei, che dell'Orientale fu allievo, professore e preside della Facoltà di Scienze Politiche. Si intitola Nuovi orizzonti ermeneutici dell'orientalismo. Studi in onore di Franco Mazzei, a cura di Giorgio Amitrano e Noemi Lanna (Napoli 2016, Serie Minor LXXXI), si e si sa che, leggendo il Devoto-Oli, l'ermeneutica è "l'arte di interpretare il senso di antichi testi e documenti". Ora, Mazzei si calava interamente in quest'ermeneutica quando, ancora laureando, si cimentava con successo nello studio dei codici Tang e la loro antica traduzione in giapponese per la successiva adozione nella legislazione imperiale del Giappone nel secolo VIII. L'ermeneutica di Mazzei, affilata nei testi cinesi e giapponesi coi quali lui continuava a cimentarsi almeno fino agli Settanta, aveva quindi il seguito che i curatori del volume spiegano per la successiva produzione dell'autore: "Uno degli aspetti più significativi del suo lavoro è la sollecitazione a spogliare l'orientalismo dei 'vecchi retaggi', come recita il sottotitolo di uno dei suoi recenti contributi, e ad aprire la strada a nuove prospettive che sappiano valorizzare l'esperienza cognitiva dello studioso di Asia orientale in quanto strumento indispensabile per gestire in modo efficace la diversità culturale, una delle più grandi sfide globali del XXI secolo. In ultima analisi, la sua produzione e il suo magistero possono essere considerati come un invito a ripensare l'orientalismo, partendo da una rielaborazione degli approcci ermeneutici che ne definiscono la ragione d'essere. Per questo motivo ci è sembrato opportuno richiamare nel titolo del volume il senso di questo invito, che è carico di urgenza, ma anche gravido di speranza per gli inediti orizzonti che potrebbe schiudere".



    Nel volume Mazzei è salutato e ricordato da Roberto Tottoli, già direttore del Dipartimento Asia, Africa e Mediterraneo; da Rosario Sommella, già direttore del Dipartimento di Scienze umane e sociali; dai saggi di Vittorio Volpi con "Un uomo del Rinascimento fra noi" e quello ancora di Amitrano "Franco Mazzei e l'orientalismo come gestione della diversità culturale".



    Gli inviti a contribuire al volume, come leggiamo ancora nella premessa, sono stati circoscritti "ai colleghi ed amici che hanno avuto il privilegio di condividere con lui la passione per l'Asia orientale e, in particolare, quella per il Giappone e la Cina". Di argomento sinologico, che è quello pertinente in sede di Agichina, il saggio che tratta della Cina più antica è di Maurizia Sacchetti e si intitola "Qi Yue, 'Settima Luna', Shijing, sezione Guo Feng, odi di Bin tra poesia formulaica e ode liturgica". È un attento e sentito studio filologico, con puntuali traduzioni ed esegesi dell'antico corpo di liriche tramandatoci dal più antico classico cinese sulla produzione letteraria di uno dei paesi componenti la Cina del primo Zhou (1106-770 a.C.). La bibliografia nelle note è aggiornata con molta cura ai più recenti studi cinesi e occidentali sulle interpretazioni del testo.



    Il saggio che segue temporalmente, "Un altro mondo esiste, non di umani mortali", è di Chiara Ghidini e tratta delle leggende attestate dall'epoca Tang (618-907) sul monte Putuo, una delle antiche "montagne sacre" prese a paradiso locale di Guanyin, il potalaka dell'Avalokitesvara cinese, oggi divenuto il "santuario", detto da Tania Branigan, come riporta l'autrice, "che cerca la via del mercato azionario verso il nirvana finanziario". Una bella storia di un luogo sacralizzato che attraverso l'avvicendamento storico dei culti non sfugge come tutti gli altri del resto del mondo a essere meta di pellegrinaggi e, come in ogni tempo, oggi di più, fonte bene attesa di profitto turistico.



    Immerso in una realtà storica al suo tempo di futuro avvenire cinese, quella di Taiwan secentesca, leggiamo di Patrizia Carioti, "Da Hirado a Deshima, via Taiwan: il Noitsu jiken 1627-1628", che traccia la storia dell'isola di Formosa degli europei da quando ancora l'abitavano popolazioni tribali, e mercanti cinesi e giapponesi vi stagionavano per i loro traffici. Il Giappone intendeva annettersela; la Cina Ming aveva altro a cui pensare al momento con gli inglesi e gli olandesi alle sue coste. Era un cinese, il potente Li Dan, a mettere nell'orecchio degli olandesi per la buon pace dei Ming di sgomberare Penghu cinese e spostarsi a Taiwan. I giapponesi certo non vedevano di buon occhio la cosa e si raffreddavano con gli olandesi che ospitavano a Hirado. Ne andò seriamente di mezzo un povero agente olandese, Pieter Nuits, al cui nome e rimasto intitolato appunto il Noitsu jiken, l'"incidente di Nuits", e che forma l'intermezzo della lucida analisi dell'autrice portata fino a quando gli olandesi avrebbero perso Taiwan, che prima passava al sino-giapponese Coxinga e poi ai Qing, e le Province Unite dei Paesi Bassi con la loro Compagnia delle Indie dovevano accontentarsi della sola base giapponese di Deshima sui mari dell'Estremo Oriente.



    Saggi sulla Cina contemporanea sono quelli di Paola Paderni per "Uno sguardo ravvicinato sui diritti umani in Cina. Necrologio di un condannato a morte" e di Cristina Pisciotta "Elementi identitari nel teatro cinese dell'ultimo trentennio". Il primo si rifà proprio a uno scritto di Mazzei sulla "Gestione della diversità culturale" che concludeva con l'auspicio di una maggiore "empatia nei confronti della diversità culturale se si vuole trasformare la multiculturalità […] in interculturalità". Partendo dalla questione dei diritti umani e del vigente istituto della pena di morte in Cina, l'autrice illustra il discusso caso di un pluriomicida giustiziato nel 2006 sotto la luce delle riforme in corso per la riduzione delle esecuzioni capitali, prima ancora della loro abolizione. Per questa l'autrice prevede che "il percorso è stato intrapreso e necessiterà di tempi lunghi e molto probabilmente di modalità cui dobbiamo guardare con attenzione per meglio comprendere, senza per altro rinunciare a credere che ci si possa intendere anche nella diversità". Rimane certo sospesa nel frattempo "l'interculturalità", che è poi la condizione unica che può indurre la Cina a revocare l'istituto della pena capitale. È proprio dei giorni scorsi l'annuncio dato da AgiChina dell'adozione entro il 2020 da parte della Repubblica Popolare di un nuovo codice civile "con un tocco d'Occidente". Sarà già qualcosa.



    Il saggio di Cristina Pisciotta è di argomento teatrale, di un teatro di sperimentazione anche di lingua e scrittura. Siamo ben lontani da fine Ottocento o primo Novecento quando molti in Cina e Giappone propugnavano per essere moderni di abbandonare le proprie lingue e scritture. Non sempre le avanguardie fanno storia. Oggi Cina e Giappone sono perfettamente conciliati coi loro primari strumenti di comunicazione sul piano tecnologico e umanistico e tanto più letterario. Le lingue indoeuropee non fanno più richiamo, al massimo richiama la ricerca di qualcosa di confuciano in Europa, come la storia del "cavallo di Troia"… Insomma, un'analisi agile e svelta del teatro cinese dagli anni Ottanta ai primi Duemila.



    Su temi Cina-Giappone ci incontriamo col saggio di Maria Chiara Migliore che nelle sue "Ulteriori considerazioni sull'istituto del divorzio nel Giappone antico" estrapola con arguzia dalla famosa antologia poetica giapponese del Manyoshu del secolo VIII uno e più casi giuridici a specchio di una delle prime tematiche di Mazzei cui abbiamo accennato sulla codificazione Tang estesa da lui negli anni successivi all'"Istituto del divorzio…" che pubblicava nel 1970. Il fondale è la finissima attenzione avuta dai legislatori giapponesi dell'epoca a valutare con sapienza la loro società lontana dall'essere tutta patriarcale come quella cinese e ad assumervene con molti distinguo i suoi princìpi "confuciani" in materia anche di matrimonio e divorzio.



    Marisa di Russo scrive "Il De Missione: culture a confronto. La lezione di Valignano" sulla famosa delegazione del 1582-90 diretta al Papato che nel suo viaggio in Europa sostava a Macao brevemente all'andata e per alcuni anni al ritorno. Abbiamo già annunciato tempo fa su AgiChina l'intervenuta pubblicazione del De Missione nella traduzione italiana di Maria Pia Airoldi e a cura della stessa Marisa Di Russo e ci attendiamo che ricerche future illustrino il lascito avuto in Cina da quest'opera originariamente scritta in latino e pubblicata a Macao. Il latino era una lingua per cui lo scrivente ha dedicato a Mazzei "Latino e missionariato cattolico in Cina e Giappone (secoli XIII-XIX)".



    Di attualità fra Cina e Giappone Marisa Siddivò illustra "Il sorpasso. I commenti dei netizens cinesi sull'economia del Giappone", una vivace analisi di come i media cinesi e il pubblico dei lettori esultino o facciano riserve sul superamento cinese del PIL su quello del Giappone. È provvidenziale che anche parte dell'opinione pubblica cinese si chieda però quanto un buon PIL di un paese possa realmente corrispondere a uno stato di economia e di benessere.



    Il secolo XIX è stato di partenza per Guido Samarani per il suo "La presenza imperiale nella Cina tardo- imperiale e repubblicana: alcuni elementi generali e il caso di Tianjin (1942-1947)", un saggio importante sotto molti aspetti e che riscuoterà l'interesse sia degli storici generali e italianisti e sia degli storici delle missioni, questi ultimi rappresentanti di una disciplina che è venuta malauguratamente sparendo dagli statuti universitari e che amputa gli studi storici di un contributo specialistico, come nel caso specifico quello della Cina tardo-imperiale e repubblicana. In essa tanta politica di vertice fu sottilmente condizionata dal missionariato di varie nazionalità e professioni religiose che agivano pro e contro i loro stessi Stati d'appartenenza.



    Sul tema Cina-Europa verte il saggio di Federico Antonelli che apre il volume "Politiche europee in materia di attrazione di capitali cinesi" e delinea chiaramente la situazione dell'Europa nella necessità che ha di capitali stranieri attraverso danarose immigrazioni cinesi, che il governo italiano ha intrapreso più recentemente a estendere a immigrati stranieri di tutte le nazionalità favorendoli di agevolazioni fiscali.



    Si legge con molto interesse il contributo di Noemi Lanna, curatrice del volume con Giorgio Amitrano, che si intitola, "La rimozione dell'Asia e la ridefinizione dell'identità nazionale in Giappone dopo il 1945". Un lavoro importante che auspichiamo sia molto letto e discusso. La lettura che personalmente ne abbiamo tratto, orienta a mettere in luce che furono gli Stati Uniti a trovarsi in una posizione molto delicata in Giappone con tutta un'Asia alle spalle, e alle spalle anche i loro alleati che gli avrebbero difficilmente permesso di sindacare sull'Asia, e quindi gli Stati Uniti si limitarono a trattare col Giappone la sola aggressione da loro subita a Pearl Harbour, rimuovendo loro stessi l'Asia dal tavolo delle pendenze; gli alleati li lasciarono fare e comprensibilmente i giapponesi si astennero dall'eccepire alcunché. Il Nihonjinron successivo rimase il Nihonjinron di sempre fino a portare al Japan Number One (letto in americano).



    Analogamente operò Okinawa che, come ci illustra nel suo saggio Rosa Caroli, "Genesi dei discorsi identitari e politici okinawani nell'immediato dopoguerra", ricordò ben poco nei suoi dibattiti di separatismo dal Giappone di essere le antiche Ryukyu (Liuqiu) legate storicamente alla Cina e se, per qualche momento o da taluni fu dibattuto un loro aggancio al carro degli Stati Uniti, prevalse alla fine il parere che la loro madrepatria fosse e restasse il Giappone.



    Mi esento dal citare gli altri interessanti contributi offerti in lettura a Mazzei in materia di studi esclusivamente giapponesi; anche quelli su tematiche cinesi sopra argomentati gli daranno lo spunto per ulteriori felici cimenti per la sua occhiuta "ermeneutica"…





    *Adolfo Tamburello già professore ordinario di Storia e Civiltà dell'Estremo Oriente all'Università degli Studi di Napoli 'L'Orientale'.